Omicidio stradale: un atto dovuto

L’approvazione della legge sull’omicidio stradale è stata accompagnata da molte e molto vivaci polemiche. Ma quelle posizioni critiche, sono poi così prive di fondamento?

Si sottolinea nei commenti una evidente sproporzione tra le pene previste dalla nuova legge ed eventi che non sempre e non necessariamente derivano da comportamenti percepiti come ad alto livello di rischio. Comportamenti cioè che, anche qualora causino incidenti con esiti gravi, dovrebbero più propriamente integrare un reato di tipo colposo.

Moltissimi, per non dire tutti, hanno in qualche occasione tenuto i comportamenti di ‘guida pericolosa’ elencati dalla legge: un giallo bruciato, un sorpasso con riga continua, una inversione a una intersezione, una velocità di 71 km/h su un grande viale di circonvallazione la notte…

Lo abbiamo certo fatto, almeno mi auguro, con la necessaria consapevolezza e attenzione, ma l’evento fortuito è sempre in agguato e oggi ci potremmo trovare a dover scontare con la galera più la coincidenza casuale di circostanze sfortunate che l’esito di un atto pienamente doloso.

Una legge ingiusta allora? Demagogica, come si dice?

No, è solo una legge che prende atto di ciò che davvero è l’automobile, e cioè un oggetto potenzialmente atto a uccidere e che dovrebbe essere utilizzato con una perizia e consapevolezza profondamente diversa da quella di pur prudenti guidatori non professionali; e da questa consapevolezza la ‘civiltà’ dell’automobile è quanto mai lontana.

Questa legge è una presa d’atto, molto tardiva, dell’insostenibilità tecnologica dell’automobile, e ci dice anche se in modo distorto che l’unica soluzione possibile è quella dell’introduzione obbligatoria e diffusa di tutti gli strumenti possibili per operare un sempre più stringente controllo dei comportamenti, a cominciare dalla velocità.

Noi non siamo fatti per tenere in mano un volante.

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